UNO XENODOCHIO A CAPRACOTTA

In via Arco a Capracotta, allo spigolo di un fabbricato, rimane a vista una lapide apparentemente incomprensibile, non solo perché è in latino, ma anche perché segnala qualcosa che non esiste più.

Si tratta di una pietra rettangolare, limitata da una cornice piuttosto semplice e di grandezza non particolare, dalla quale si ricava con un po’ di fatica questa epigrafe:
XENODOCHIUM HOC VETVSTA
TE MAJORVMQUE INCVRIA PENITVS
DEMOLITVM ANNO ITERO 1720
ET 1721 A FVNDAMENTIS RAEDI
FICATVM FVIT EX LEGATO R.D. PHI
LIPPO BARDARO ET NONNVLLORVM
PIETATE

Questa pietra non sfuggì a Luigi Campanelli che ne parlò nelle sue Memorie su Il Territorio di Capracotta. Egli annotava, peraltro, che l’area vicina veniva definita con il toponimo di Ospedale.

Quest’ultima notazione forse ci aiuta a capire qualcosa che oggi non esiste più, ma che una lapide ci costringe a ricordare.

Il termine ospedale si riferisce ad una struttura che ha la funzione specifica di accogliere ed assistere persone che si trovano in un particolare stato fisico. Non pensiamo ai moderni nosocomi. Nel medioevo gli ospedali erano edifici di grande semplicità destinati ad una accoglienza molto sommaria. Quasi sempre non più di uno stanzone dove poteva essere accolta, anche in promiscuità, una persona che aveva bisogno di cure che privatamente non era in grado di farsi fare. Una particolare attenzione a tal tipo di assistenza appartenne a congregazioni laicali che nel regno di Napoli si diffusero al tempo di Roberto d’Angiò con il proliferare delle congreghe dedicate all’Ave Gratia Plena.

Lo xenodochio, invece, pare avesse avuto la funzione più specifica di accogliere gente di passaggio. Coloro che genericamente definiamo pellegrini, ma che potevano essere anche semplicemente viaggiatori con interessi religiosi. Insomma una sorta di taverna che però rientrava in una gestione in qualche modo regolata dalle organizzazioni della chiesa.
Nell’alto medioevo lo xenodochio diventa anche una parte del monastero. Un ambiente collegato, ma esterno al monastero, realizzato in maniera che potesse essere utilizzato autonomamente senza disturbare la vita del cenobio, pur godendo dell’assistenza dei monaci.

Ad esempio nel 742 nei pressi di Montecassino esisteva un S. Benedetto ad Caballum nelle cui pertinenze era uno xenodochio. Dovrebbe essere la più antica attestazione della esistenza nell’area cassinese di una struttura destinata ad ospitare i pellegrini.

Siamo nell’epoca immediatamente precedente il concilio di Nicea II (787) che dette particolare importanza alla necessità che le chiese possedessero reliquie di santi favorendo ed istituzionalizzando, in fin dei conti, un traffico di ossa dall’Oriente all’Occidente.

Non sappiamo quasi nulla del loro funzionamento e come venisse ripagata l’assistenza che veniva assicurata, che aveva sicuramente un costo.
Lo xenodochio, dunque, pur essendo espressione dell’organizzazione religiosa non aveva il carattere del monastero, quanto piuttosto del luogo di accoglienza occasionale. Anche per i monaci. Si pensi allo xenodochio che nell’XI secolo la comunità di Montecassino aveva in proprietà a S. Michele sul Gargano, proprio per assicurare una decorosa accoglienza ai monaci che da Montecassino si recavano  nel santuario.

La piccola pietra di Capracotta, ricorda dunque che tra il 1720 e l’anno seguente fu demolito l’antico xenodochio e ne fu realizzato uno nuovo. La demolizione del vecchio fu determinata da incuria. Quindi è da presumere che da molto tempo esso non venisse usato.

Ovviamente nulla sappiamo della sua forma e della sua consistenza, anche perché non abbiamo manco conoscenza dell’edificio ricostruito.
Neppure riusciamo a capire quanto sia stato speso per la ricostruzione che fu finanziata con un cosiddetto “legato” (ovvero per disposizione testamentaria) di Filippo Bardaro e con la generica “pietate nonnullorum”, cioè con il contributo volontario di “qualcuno”.

Possiamo ritenere, però, che la sopravvivenza nella lapide del termine xenodochio, che appartiene alla tradizione altomedioevale, sia un indizio per immaginare che a Capracotta un edificio destinato all’ospitalità e collocato subito fuori della cinta muraria più antica, esistesse, come si suol dire quando non si hanno elementi certi, da tempo immemorabile.

(Arch.  Franco Valente)

Scarica il PDF "Il Territorio di Capracotta" (23,5MB)

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