MUSEO DELLA CIVILTA' CONTADINA E DEI VECCHI MESTIERI

Il museo è una tappa del paese da non perdere che affascina il visitatore attraverso un piccolo viaggio guidato nella memoria e nel ricordo del passato, dove viene riproposta la vita quotidiana, cioè quella densa di sacrifici, da un lato,ma anche di momenti di grande calore e condivisione dei nostri nonni e bisnonni. Pezzi in disuso, strumenti di lavoro e della quotidianità, tutti autentici e talvolta rari, patrimonio di una società ancora fortemente legata alle sue antiche origini, sono esposti, con cura, nelle sale del museo, allestito al pianterreno del Palazzo Baronale, oggi sede del Municipio che nel passato ha ospitato le varie famiglie feudali che si sono succedute nel territorio di Capracotta.

Per la realizzazione di questo museo va un grazie speciale non solo all’Amministrazione Comunale che lo ha realizzato, scegliendo dei locali, che riportati alla loro originale struttura, hanno contribuito a rendere ancora più accogliente e suggestiva questa passeggiata nel passato, ma anche al Signor Loreto Di Nucci che ha iniziato un paziente lavoro di ricerca e di raccolta di vecchi oggetti utilizzati nelle attività agricole ed artigianali legate alla vita capracottese, affinché non andassero perduti e, agli abitanti residenti nel paese e non, che hanno contribuito ad arricchirlo donando oggetti che si sono tramandati e che custodiscono gelosamente nelle proprie case, legati al mondo contadino di ieri e per, alcuni aspetti, di oggi. Le caratteristiche dello spazio espositivo e i criteri di allestimento consentono un’agevole visita. Di attrezzi e di oggetti in genere ce ne sono davvero tanti, ognuno testimone di arti manuali tramandate di generazione in generazione che hanno fatto la storia del nostro paese. Inoltre sembra quasi che ogni attrezzo rechi, ancora oggi, le impronte delle mani di chi li ha costruiti, utilizzati, riparati e tramandati. Quindi, da ciò, è facile dedurre che dietro ciascun oggetto c’è una storia, anzi, sono gli oggetti la storia stessa che si dipana come una tessitura fatta di povertà. Ogni oggetto è stato prima catalogato e poi identificato da un cartellino su cui è scritto sia il nome in dialetto capracottese che in italiano (così tutti possono capire di cosa si tratta e a cosa servivano), sia il nome della persona o della famiglia che lo ha donato al museo. Da subito i visitatori hanno capito ed apprezzato l’intento della responsabile del museo cioè quello di offrire a coloro che lo visitano scorci di vita contadina che hanno caratterizzato, da sempre, l’uomo capracottese mantenendo viva la memoria delle tradizioni e della storia capracottese, facendo fare a tutti un bellissimo tuffo nel passato … Il percorso è stato concepito come un immaginario viaggio nel passato attraverso le principali fasi della vita del popolo capracottese ben documentate da oggetti, fotografie, ecc…, esposti nel museo.

Varcata la porta d’ingresso si può da subito ammirare l’antica muratura in pietra arricchita di archi di una precisione millimetrica, ritornata alla luce grazie ad un intervento di restauro, che ha consentito di riproporre, all’attenzione e alla curiosità dei visitatori, un esempio di edilizia abitativa locale, testimonianza di un modo di lavorare che appartengono da sempre alla comunità capracottese. Gli spazi espositivi racchiudono i più svariati oggetti che testimoniano, anzi raccontano, in maniera molto chiara, come si svolgevano le varie attività agricole e artigianali che da sempre hanno fatto parte della vita quotidiana e lavorativa del popolo capracottese e che oggi, sono scomparse del tutto o quasi. Strumenti di lavoro di altri tempi, necessità quotidiane dei pastori, dei contadini, delle donne e degli artigiani (falegnami, calzolai,sarti, fabbri, ecc…), sono esposti con cura nelle sale dove è allestita la mostra. All’ingresso, su entrambi i lati, troviamo due manichini che indossano i costumi tradizionali capracottesi e sulle spalle la donna ha appoggiato uno scialle mentre l’uomo il classico tabarro (“cuappott a rota” in dialetto capracottese). Proseguendo troviamo una sala con sedie adatta per convegni, per la presentazione di libri, ecc…. Qui è possibile ammirare l’antico meccanismo che faceva muovere le lancette dell’orologio posto sull’antica Torre dell’Orologio che, al contrario è stata demolita nel 1970 ed è stata riprodotta in miniatura per far vedere come era strutturata. Completano la sala alcuni documenti antichi come la lettera di Giuseppe Garibaldi inviata alla Società di Mutuo Soccorso di Capracotta ed alcune lettere di un emigrante capracottese e articoli di giornali del 1950, entrambi, risalenti al periodo in cui fu donato lo “Spazzaneve Clipper” al paese.

Tali oggetti, ben combinati nel percorso, rievocano il lavoro degli uomini dediti al pascolo, alla preparazione del formaggio e della ricotta e alla cura della terra; accanto, ai quali, ci sono altri numerosi attrezzi che ricordano, nella memoria, gli antichi mestieri del tempo e i vari momenti di lavoro che venivano svolti durante l’arco della giornata. Altri spazi sono riservati al calzolaio e al falegname, dove sono visibili arnesi dimenticati dalle moderne tecnologie e che mostrano i ritmi e le consuetudini degli artigiani di un tempo. Un altro spazio ospita l’arte femminile dove vi sono esposti alcuni attrezzi della tessitura. Sono visibili, in un altro spazio del Museo, varietà di ceste di vimini di varie grandezze, setacci, ecc…, utili ed indispensabili alla pulizia del grano e alla lavorazione della farina. Infine, un angolo è stato dedicato alla neve, da sempre, amica e nemica dei capracottesi.

 In sintesi, all’interno del museo, sono presenti oggetti appartenuti alla vita pastorale, contadina e artigiana del popolo capracottese, che hanno subito mutamenti nel loro percorso di trasformazione avvenuti nei secoli successivi. Essi, inoltre, ne hanno segnato il passaggio da testimonianze reali e materiali, in generale e nello specifico, di forme di lavoro e di vita domestica non più attuali, a reperti da raccogliere, conservare, catalogare ed esporre in spazi museali (come nel nostro caso), nei quali, i visitatori possono ritrovare i segni della propria identità e riconoscerne, sotto tutti i punti di vista, le proprie origini. La vita quotidiana di un museo è data dall’insieme di molte attività, spesso disparate nei modi in cui si realizzano e che sembrano svolgersi in direzioni diverse: la conservazione, la tutela, la risistemazione di alcuni oggetti, l’esposizione nelle varie sale, la cura, la catalogazione e la ricerca del materiale. In realtà il lavoro che si svolge dietro le quinte di un museo della civiltà contadina, si sforza sempre di raggiungere un unico obiettivo: conoscere e affermare la nostra identità culturale e rendere partecipe la gente che la storia di chi ci ha preceduti è la nostra storia. Per questo il museo vuole dialogare con i visitatori raccontando la sua “vita quotidiana” come se stessimo sfogliando un album di famiglia.

 

(A cura di Emilia Mendozzi)

 

                                                                 LA TORRE DELL’OROLOGIO

1Dopo le distruzioni della seconda Guerra Mondiale iniziò in tutta la Penisola un lungo periodo di ricostruzione che interessò anche la nostra località, e si sviluppò attraverso vari lotti finanziati di volta in volta dallo Stato sulla base delle richieste avanzate dalle amministrazioni locali.

La ricostruzione di Capracotta seguì anch’essa questo percorso che si sviluppò in un arco di oltre vent’anni ed interessò anche l’abbattimento della Torre dell’Orologio, prevista nell’attuazione del terzo lotto del piano di ricostruzione.

Alcuni documenti, che oggi si possono definire storici, evidenziano la volontà da parte dell’Amministrazione locale di quel tempo di demolire la Torre, di proprietà comunale, al fine di realizzare una importante arteria cittadina. Nel Consiglio Comunale del 22 maggio 1963 fu dato infatti incarico alla società “Edilcostruzioni” di Roma di procedere alla demolizione della Torre prima della esecuzione di qualsiasi altro lavoro.

La Edilcostruzioni, pur prendendo atto delle direttive comunali, rappresentò l’impossibilità di procedere ad eseguire i lavori perché il manufatto da demolire costituiva corpo unico con un fabbricato peraltro abitato. I proprietari di quest’ultimo si opposero strenuamente a quell’atto, rifiutando di abbandonare la loro proprietà.

A questo punto la Edilcostruzioni non volle prendersi alcuna responsabilità di mettere a repentaglio l’incolumità di coloro che occupavano il fabbricato attiguo la Torre, dichiarandosi disponibile a dare inizio ai lavori di demolizione quando fosse stata data diversa sistemazione alla famiglia che lì dimorava. Fecero seguito diverse sollecitazioni ai proprietari del fabbricato affinché lo abbandonassero, invocando anche i decreti espropriativi già notificati agli inizi di Maggio del 1963.

Nel luglio dello stesso anno fu invocato l’intervento del Ministero dei Lavori Pubblici affinché si adoperasse per ottenere lo sgombero dell’immobile. Ma il Ministero, nell’agosto del 1963, a seguito di sopralluogo, ravvisò l’opportunità di rinviare la demolizione della Torre. La decisione ministeriale destò perplessità e l’Amministrazione comunale, nel ribadire la validità del Piano di Ricostruzione regolarmente approvato, riaffermò la priorità dei lavori da eseguirsi invitando la Edilcostruzioni ad iniziare la demolizione della Torre con la massima urgenza pena l’attribuzione dei danni arrecati per il ritardo sia dei lavori di abbattimento, che delle altre opere previste nel progetto esecutivo del terzo lotto del Piano di Ricostruzione.

Nel settembre del 1963 l’Amministrazione comunale ottenne anche l’assenso della Soprintendenza ai Monumenti degli Abruzzi e del Molise che, pur attribuendo alla Torre uno scarso valore artistico per le trasformazioni subite nel tempo, le conferiva un indubbio valore storico. La Soprintendenza invitò altresì l’Amministrazione civica a predisporre sia la documentazione grafica, sia quella fotografica della Torre prima di abbatterla, affinché se ne conservasse memoria, chiedendo inoltre di trasmetterne copia anche alla Soprintendenza perché ne restasse traccia negli archivi di quest’ultima. Tuttavia si ignora se questo passaggio fu effettivamente compiuto. Intanto ai proprietari giunsero ulteriori “inviti” ad abbandonare l’immobile minacciando, in caso di inadempienza, anche l’intervento della forza pubblica.

Nel giugno del 1964 il Ministero dei Lavori Pubblici dispose la redazione di una perizia di variante per l’impiego delle economie realizzate per la mancata esecuzione delle opere relative alla demolizione della Torre. Trascorse diverso tempo e la Torre era ancora in piedi. Nel gennaio del 1967 ripresero i lavori per demolirla definitivamente. Ma un nuovo, inevitabile stop ai lavori era dietro l’angolo. Ci si trovò infatti di fronte all’impossibilità di proseguire nell’opera demolitoria in quanto la stabilità del fabbricato attiguo avrebbe potuto subire pesanti ripercussioni. Il Comune a quel punto chiese al Genio Civile una perizia suppletiva al fine di prevedere ancora una volta il totale abbattimento del manufatto. Fu evidenziato che durante la fase di abbattimento della Torre era necessario prevedere la realizzazione di un muro divisorio, peraltro non previsto nel progetto originario, per garantire la stabilità dell’altra parte del fabbricato contiguo alla Torre che non doveva essere demolito.  

Nel luglio 1967 il Comune reiterò la necessità di completare l’abbattimento della parte residua della Torre e del retrostante fabbricato per permettere il completamento di una nuova strada che dalla Chiesa Madre avrebbe dovuto condurre alla Piazza principale del paese, Piazza Stanislao Falconi.

Passò un altro anno e nel luglio 1968 si tornò a chiedere al Genio Civile di Isernia di dare priorità alla demolizione.

Nell’agosto del 1970 l’obiettivo fu raggiunto, la torre venne abbattuta. Con meraviglia dell’Amministrazione comunale del tempo, contestualmente all’abbattimento della Torre venne però rifatto integralmente il muro di confine posto tra la Torre stessa e quel fabbricato che, nelle intenzioni dell’Amministrazione civica, si sarebbe dovuto invece abbattere. Gli amministratori dell’epoca presero quindi coscienza che i lavori di rifacimento del muro, così come si sarebbero realizzati, non avrebbero precluso alla successiva demolizione del fabbricato, viceversa si sarebbero eseguiti in modo da esporre l’immobile, per quanto tempo non si sa, alle intemperie di Capracotta.

Il 27 agosto 1970 si prese atto dell’abbattimento totale della Torre.

Il fabbricato, legittimamente difeso dai suoi proprietari, restava lì, dov’è ancora oggi mentre Capracotta perdeva l’unico monumento storico che possedeva, uscito indenne anche dalla furia distruttrice dell’esercito nazista.

Oggi la “Torre dell’Orologio” vive nel ricordo delle generazioni che hanno calcato gli anni in cui la “Torre” era ancora in piedi. Altri, oggi, possono invece ammirarla nell’esemplare in miniatura riprodotto dall’indimenticabile Antonio Sozio, conservato in una teca posta vicino la fontana dove una volta c’era quel monumento di cui qualcuno ebbe almeno cura di conservare il meccanismo che faceva muovere le lancette dell’orologio.

Un congegno meccanico conservato nel Museo comunale a memoria di quella torre abbattuta per motivi che ancora oggi riescono incomprensibili.

 

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