MONASTERO BENEDETTINO DI SAN GIOVANNI DI MONTE CAPRARO

 Sulla vetta di Monte Capraro sono visibili i resti di un eremo benedettino medievale intitolato a san Giovanni Battista. L'edificio religioso è menzionato per la prima volta in un documento notarile del 1040. In quell'anno, Gualtiero Borrello, signore di Agnone e di tutte le sue pertinenze (tra cui Capracotta), dona al monastero benedettino di San Pietro Avellana tutto l’agro compreso nel versante settentrionale della montagna di Vallesorda e del Monte Capraro fino alle sorgenti del fiume Verrino e fin sotto l'abitato di Capracotta, tra cui l'eremo di san Giovanni Battista.

Ma il documento più importante relativo all'Eremo è il Memoratorio del priore Ruele del 1171. Si tratta, infatti, di uno dei documenti più antichi della lingua italiana. In una decina di righe, il frate scomunica chiunque volesse separare la chiesa dei santi apostoli Simone e Giuda dal restante territorio dell'eremo sul Monte Capraro. Il testo è ancora in gran parte in latino ma alcuni termini e la struttura di alcune frasi risentono dell'influenza della lingua volgare. In particolare, il termine "iurni" come più antica attestazione italiana del tipo "giorno" e la trasformazione dell'avverbio latino "sic" in "scì" ancora usato in queste contrade come particella affermativa per l'italiano "sì".

(Prof. Domenico Di Nucci, Associazione Amici di Capracotta)

 

EREMO DI SAN GIOVANNI BATTISTA di MONTE CAPRARO

 «Pace a te, fratello contadino. Dimmi: è questa la via per il Monte Capraro?». «Scì, fruatr’», rispose l’uomo togliendosi il cappello in segno di riverenza verso la tonaca francescana del mio maestro. «Nù mò stem’ alla Macchia. R’ Mond’ Cuaprar’ è quir’ell loc’ abball’», proseguì facendo alcuni gesti con le mani e pronunciando altro nell’idioma del volgo. «Magistre, quid villanus dixit?», gli domandai nella lingua della Chiesa. «Che abbiamo un bel po’ di strada da fare, mio caro Bernardo. E non sarà per nulla agevole per l’asperità dei luoghi che dovremo attraversare», replicò immediatamente lui nell’umile modo di esprimersi della gente comune.

Viaggiavamo da circa una settimana. Eravamo partiti dall’abbazia di Montecassino, dove io, secondogenito di Ugone, feudatario di Monte Miglio, avevo preso, da fanciullo, i voti monacali. Andavamo all’eremo di san Giovanni Battista sul Monte Capraro. L’anno precedente, il priore Isidoro da Sora era tornato alla Casa del Padre e ora toccava a me, nonostante la mia giovane età, prenderne il posto. Lo aveva deciso l’abate in persona, Bernardo Aiglerio. Conoscevo molto bene quelle contrade per esserci nato e cresciuto. Forse, la mia nomina gli tornava utile anche per distendere i rapporti conflittuali con mio padre, sorti a causa di continue liti confinarie tra il feudo laico di Monte Miglio e quello benedettino di Vallesorda. In questo viaggio, l’abate aveva voluto che fossi accompagnato da un suo vecchio amico di studi universitari a Parigi: il francescano Guglielmo da Arles, intellettuale raffinatissimo, già docente di diritto romano presso lo Studium di Bologna e, da giovinetto, allievo prediletto di frate Daniele da Capracotta, primo ministro della Provincia francescana di Monte Sant’Angelo  Frate Guglielmo aveva accettato di buon grado questo incarico: avrebbe potuto constatare di persona la bellezza della natura e l’umiltà e la laboriosità degli abitanti di quell’angolo di mondo tanto decantato dal suo maestro negli anni del noviziato.

Eravamo partiti all’alba da Montecassino. Frate Guglielmo viaggiava soltanto con una piccola bisaccia. Vestiva la tonaca bigia con cappuccio e camminava a piedi senza portare calzature secondo la Regola del suo Ordine. Non avevamo alcuna mappa per orientarci. Il mio maestro confidava esclusivamente nella bontà del prossimo. Infatti, fermava chiunque incrociasse il nostro passo, senza alcuna distinzione sociale ed economica, per chiedere delucidazioni sulla strada da seguire. Parlava in latino con gli ecclesiastici, in francese con i nobili e in volgare con i bifolchi. Così, tappa dopo tappa, dopo sei giorni di duro cammino, eravamo giunti ad Agnone del Sannio. Avevamo trascorso quella notte presso i frati della chiesa di Maiella. Il giorno successivo, di buon ora, frate Guglielmo aveva salutato calorosamente i suoi confratelli e ci eravamo incamminati verso il Monte Capraro puntando, però, in direzione di Capracotta. Troppo forte era, per lui, la tentazione di guardare da vicino, con i propri occhi, la patria del suo amato maestro! «Ma cosa ha detto, in particolare, quel contadino, maestro?», gli chiesi, stavolta in volgare, appena riprendemmo il nostro tragitto. «Mio caro Bernardo, anche tu parli nel linguaggio rustico del popolo? Vedo che l’aria di casa ti fa bene!», rispose sorridendo. E aggiunse: «Mi ha semplicemente indicato il percorso a gesti, elencandomi i nomi delle località che dovremo attraversare. Ne deduco che quest’ultimo tratto del nostro viaggio non sarà particolarmente facile. Ma ce la faremo, mio caro Bernardo, ce la faremo. Non vorremmo mica arrenderci alla fine, vero?». «Maestro», continuai incuriosito, «come faremo a individuarle se non abbiamo neppure una carta geografica della zona? Stavolta, non credo che sarà facile incontrare qualche altro buon cristiano a cui poter chiedere aiuto». «La natura circostante ci indicherà la via». «Come farà?» «Mio caro figliolo», replicò con un pizzico d’orgoglio, rispolverando le sue conoscenze in diritto romano, «nomina sunt consequentia rerum. Perciò, basterà guardarci intorno. Per esempio, Bernardo, cosa vedi qui?». «Una boscaglia intricata di arbusti». «Secondo te, è possibile far legna?». «No». «Infatti, siamo in località Macchia, dal latino macula. Altrimenti ci troveremmo in una “selva”. Vedi quel monte? Si chiama Monte Campo. Sai perché?». «No». «Perché la cresta appare pianeggiante. Se fosse stata dentellata, si sarebbe chiamato serra. Questo termine latino indicava inizialmente la sega, lo strumento di lavoro dei falegnami, ma poi, per similitudine, ha finito per denominare la frastagliatura delle vette montuose. Come vedi, con un po’ d’occhio e tanta pazienza raggiungeremo la nostra meta».«Bene, maestro, mi pare di aver capito che ci troviamo alla Macchia. Quale sarà la prossima tappa?». «La località Morrone. La riconosceremo facilmente: deriva da murrone, roccia. Poi, attraverseremo la Lamatura, dal latino lama, terreno scosceso. Dovremo stare attenti a dove metteremo i piedi per non ruzzolare giù per la valle. Lì, vedremo sulla destra un’ampia zona disboscata con colture a “balzo”, le Cese, dal verbo latino caedere (tagliare), mentre diritto, davanti a noi, apparirà oramai vicino il borgo fortificato di Capracotta. Proseguiremo verso nord fino a raggiungere un boschetto situato immediatamente a ridosso dell’abitato. Lì, consumeremo il nostro pranzo presso la fonte Communicia, dal latino communis, cioè la sorgiva della comunità cittadina». L’interessante chiacchierata rese più piacevole l’ascesa. Mangiammo nel luogo indicato al mio maestro dal contadino della Macchia, seduti su un masso all’ombra di un grosso albero, con lo sguardo rivolto verso quel monte che avevamo fiancheggiato poco prima e che, come ci raccontò un boscaiolo che rientrava in paese proprio in quel frangente, i Capracottesi chiamano affettuosamente R’Cuamp. «Il Campo, mio caro ragazzo. Rotacismo con dittongazione metafonica della vocale lunga “a” in “–ua”, fenomeni fonetici tipici della parlata meridionale», affermò col suo piglio da ex docente. «Questo idioma, Bernardo, è molto più vivo e affascinante del tuo latino. Chissà, magari un giorno, qualcuno ne raccoglierà i vocaboli in un unico testo, un dizionario della dolce favella del scì…», aggiunse ridendo a crepapelle. In realtà, era serio. Ripeteva in continuazione che, prima o poi, questo dialetto dei popolani avrebbe soppiantato il linguaggio aulico dei dotti. Alla fine del pranzo, ci rimettemmo in cammino. Con mio grande stupore, il maestro non volle entrare nella cittadina. Erano i primi giorni d’agosto. Capracotta brulicava di gente. I pastori ritornavano a casa dalla lunga transumanza. Frate Guglielmo avrebbe voluto fermarsi per conoscere i familiari del suo maestro. Ma non c’era tempo. Quel vecchio saggio sapeva benissimo che doveva portare a termine la sua missione senza alcun ritardo nei tempi di marcia prestabiliti. Così, ci limitammo a costeggiarla, ammirandone le possenti mura e le imponenti torri difensive. Il sole splendeva sulle nostre teste. Il cielo era terso.

Il Monte Capraro, oramai, era davanti a noi. Sembrava che potessimo toccarlo con le dita. Ma il mio maestro non aveva ancora terminato la sua “lezione”. «Guarda alla tua sinistra, Bernardo. Quella laggiù è la località Fossata. Anche stavolta c’entra il latino: da fossa, avvallamento del terreno. Lassù, un’altra Lamatura. Lì in fondo sulla destra c’è lo stazzo, che qui chiamano Jaccio dal latino iacere, della Vorraine, cioè della borragine. Una leggenda racconta che la Madonna abbia mangiato questa pianta prima di partorire Gesù». «Maestro, ho ascoltato con molta attenzione le vostre parole. I nomi di questi luoghi sembrano derivare tutti dal latino. Eppure, Livio ci insegna che queste terre sono state la patria della bellicosa nazione dei Sanniti…». «Hai letto Livio? Bravo. Vedi, Bernardo, l’Italia è la terra delle mille patrie. Tanti anni fa, andai a Florentia dal mio amico Bentivoglio da Fiesole: lì si considerano tutti Etruschi… Bisogna stare molto attenti quando si cita Livio perché è molto facile cadere nella sua trappola: lui elogia il valore dei popoli italici, che hanno combattuto contro l’Urbe, soltanto per esaltare le virtù dei romani che li hanno sconfitti. Ma nessuno lo capisce… Così, oggi, gli italiani decantano le gesta dei Sanniti, degli Equi, dei Volsci, dei Galli e degli Etruschi dimenticando, invece, le proprie vere origini longobarde e francesi.

Chi credi che abbia fondato Capracotta? E Agnone? Questi due toponimi parlano chiarissimo: i Longobardi. Capracotta richiama espressamente una cerimonia religiosa pagana che gli Uomini dalle Lunghe barbe celebravano in onore del dio Thor, sacrificandogli una capra e mangiandone le carni cotte durante un banchetto rituale. Agnone, invece, deriva dal latino anguis, serpente, un animale sacro a quella popolazione. I Longobardi di Benevento governarono stabilmente per circa cinque secoli i territori del Sud Italia, favorendone la crescita demografica e la ripresa economica tramite la sapiente opera dei monaci benedettini. A difendere l’Alto Molise, chiamarono i tuoi avi: la famiglia Borrello, di origine provenzale. Nel 1040, Gualtiero Borrello, signore di Agnone e delle sue pertinenze, donò al monastero benedettino di San Pietro Avellana tutta la montagna di Vallesorda con la sua chiesa di san Nicola e tutto il Monte Capraro con l’eremo di san Giovanni Battista. Anche l’attuale feudatario di Capracotta è di origine francese: Gentile della Posta, succeduto l’anno scorso al padre Francesco, prode cavaliere di re Carlo d’Angiò».

Arrivammo, infine, alle falde del Monte Capraro, Mons Caprarum, il monte delle capre. Lì, vicino a una piccola sorgiva, la Fonte Fonticelle, il mio maestro mi affidò a una delegazione di monaci dell’Eremo. Divenni, in quel momento, a tutti gli effetti il nuovo priore del complesso religioso del Monte Capraro. Frate Guglielmo conosceva molto bene le regole della Natura, del Mondo e… della Chiesa. Sapeva che, d’ora in avanti, avrebbe dovuto trattarmi con rispetto e riverenza. Quando ci separammo, tuttavia, egli mi abbracciò con la tenerezza di un padre e mi disse: «Mio caro Bernardo, il germoglio si è fatto pianta. Il giovane monaco di Montecassino si è fatto uomo. I tuoi confratelli ti aspettano. Sii per loro esempio costante di umiltà e misericordia. Ricordati degli abitanti di questi luoghi. Benedicili e salvali nella Fede in Nostro Signore, Gesù Cristo. Se avranno una guida giusta e sicura, Iddio farà di loro un gran popolo. La tua sapienza e le tue opere sorpassino la fama del tuo antenato e predecessore, Ruele, che, ispirato dal Dio d’Israele, non dimenticò mai di annunciare la Buona Novella del Regno Celeste e di essere un padre autorevole e caritatevole per i monaci e i viandanti. Diletto figlio, va in pace. Che il Signore ti sia di conforto nei momenti difficili ed esaudisca le tue preghiere. Amalo sempre con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le tue forze. Adesso, però, lascia che questo povero vecchio se ne vada in cerca di un giaciglio sicuro dove poter far riposare, stanotte, queste malferme ossa».

Raggiunsi la sommità del Monte Capraro, accompagnato dai miei confratelli, attraversando il fitto bosco di faggi, cerri e aceri che tanto mi ricordava la foresta del Monte Miglio della mia fanciullezza. Mi fermai sull’uscio dell’eremo per guardare, ancora una volta, il mio maestro. Si allontanò a passo svelto verso Capracotta. Presto, scomparve alla mia vista. Non lo rividi più. Né so cosa sia accaduto di lui. Ma prego sempre che Iddio abbia accolto l’anima sua e gli abbia perdonato i molti atti d’orgoglio che la sua fierezza intellettuale gli aveva fatto commettere.

Ora che sono vecchio, molto vecchio, attendo serenamente la chiamata del nostro Creatore alla Vita Eterna. Gli occhi si stancano facilmente alla fioca luce della candela. La mano spinge con fatica il calamo sulla dura pergamena. Le gambe vacillano dopo pochi passi. Ma la mente, grazie a Dio, è ancora lucida e torna spesso ai miei ricordi di ragazzo. E, in particolare, alle ultime parole del mio maestro, frate Guglielmo da Arles.

Ho cercato in tutti questi anni di seguire il suo consiglio, confidando sempre nell’aiuto della Provvidenza. La pace di Nostro Signore regna da tempo tra il feudo laico di Monte Miglio e il nostro feudo di Vallesorda, dal latino Vallis Surda: valle senza eco. Non ci sono più conflitti e soprusi. I monaci vivono diligentemente osservando la Regola di San Benedetto: pregano e lavorano, rendendosi utili anche per i pellegrini e gli uomini e le donne del circondario. Numerosi coloni coltivano, a condizioni economiche vantaggiose, i terreni di proprietà benedettina e usano liberamente il mulino dell’Eremo sul fiume Verrino. La progenie dell’uomo cresce e si moltiplica nella Grazia di Dio. Ed è cosa buona e giusta.

Salva il tuo popolo, Signore, guida e proteggi i tuoi figli.
Ogni giorno ti benediciamo, lodiamo il tuo nome per sempre.
Degnati oggi, Signore, di custodirci senza peccato.
Sia sempre con noi la tua misericordia: in te abbiamo sperato.
Pietà di noi, Signore, pietà di noi.
Tu sei la nostra speranza, non saremo confusi in eterno.
In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti
Amen.

Bernardus de Monte Millio,
Prior Eremi Sancti Johannis Baptistae in vertice Montis Caprarum
Anno Domini MCCCXXXIV

Francesco Di Rienzo (da www.amicidicapracotta.com

 

QUILLI IUORNI

Nel 1171 tra S. Pietro Avellana e Capracotta due delle parole più antiche della lingua italiana.

 Il memoratorium, per dirla in latino, è una “notitia brevis pro modernis et fucturis temporibus … ad memoriam retinendam” ovvero è una notizia breve da tenere nella memoria per i tempi moderni e futuri. Se ne fa grande uso nei documenti che vanno dal IX al XII secolo.

Uno di questi si trova a Montecassino ed è particolarmente importante per il nostro Molise perché contiene, in un contesto in lingua latina, alcune parole in italiano che riconducono al territorio compreso tra S. Pietro Avellana e Capracotta il primato nazionale per il suo uso.

Brevemente vediamo prima il contesto storico.

Nei territori di questi due comuni molisani si trovano due montagne che si fronteggiano e che una volta fecero parte della giurisdizione monastica di Montecassino, ma che più anticamente avevano una propria organizzazione amministrativa dipendente dalla prepositura dell’abbazia di S. Pietro Avellana, una delle più importanti di questa parte dell’Italia.

Su Monte Capraro vi era una chiesa dedicata ai santi Simone e Giuda Taddeo che apparteneva al cenobio di S. Giovanni Battista che si trovava su quella montagna.

Probabilmente nel 1171 nacque una qualche vertenza sulla giurisdizione di questa chiesa e il priore di quell’eremo volle compilare un documento da lasciare, come si suol dire, a futura memoria per ricordare che la chiesa dei Santi Simone e Giuda faceva parte dell’eremo di S. Giovanni.

Il priore era un certo Ruele ed era figlio di Ugone proprietario di Montemiglio, la montagna che sta di fronte, dove era posta un’altra importante chiesa dedicata a S. Nicola ed egualmente dipendente dalla prepositura di S. Pietro Avellana.

Il memoratorium fu trascritto la prima volta dall’archivista p. Mauro Inguanuez (M. Inguanuez. I placiti cassinesi del secolo X con periodi in volgare. Montecassino 1929 e 1942).

Il memoratorium di Monte Capraro è stato variamente interpretato, ma una esauriente analisi si trova in un saggio, ormai introvabile, di Arrigo Castellani (A. Castellani, I più antichi testi italiani, Bologna 1973 e 1985, pp.165-169) e da esso ho tratto queste note.

La pergamena, riferisce l’archivista di Montecassino Inguanuez, era molto rovinata per l’umidità, ma la macchia non si estendeva alle parole in volgare.

Questo è il testo:


Fr(ater) Ruele prior heremitus S(an)c(t)i Ioh(ann)is de Monte Caprarum ………. s(an)c(t)orum ap(osto)lo(rum) Sy/monis (et) Iude in t(er)ritorio de S(an(c(t)i Ioh(ann)is p(ro) subdita (ecclesia) de S(an)c(t)i Ioh(ann)is fesit pro ipsu(m) (et) p(ro) / aliis fr(atribu)s heremit(is) de S(an)c(t)i Ioh(ann)is li quali laborasseru p(ro) ip(s)i (et) p(ro) aliis fr(atribu)s li quali fusseru / in S(an)c(ti) Ioh(anni)s (et) p(ro) facere or(ationem) quilli iurni li quali no(n) gisseru a llabore. Qualunq(u)a h(om)o volsesse depa(r)/tire ista eccl(esi)a da S(an)c(t)u Ioh(ann)e scì scia exco(m)municat(us.

Questa la traduzione:

Frate Ruele priore dell’eremo di San Giovanni del Monte Capraro fece (questa chiesa) dei Santi Apostoli  Simone e Giuda nel territorio di S. Giovanni quale (chiesa) dipendente (dal detto monastero) di San Giovanni per sé e per gli altri frati eremiti di San Giovanni i quali lavorassero per loro e per gli altri frati i quali fossero in San Giovanni e per fare orazione quei giorni in cui andassero al lavoro. Chiunque volesse separare questa chiesa da San Giovanni sia scomunicato.

Castellani sostiene che IURNI costituisce la più antica attestazione italiana del tipo “giorno” che verrebbe da “diurnum” che era usato come sostantivo nel tardo latino imperiale.

Karin Ringenson (K. Ringenson, Dies et diuturnum. Etude de lexicographie et de stylistique, in “Studia neophilologica”, X, 1937) ha sostenuto che l’italiano “giorno” avesse una derivazione gallo-romanza, dal francese antico “jor(n)”.

La studiosa francese, dunque, sosteneva che il termine “giorno” avesse conquistato l’Italia superando le Alpi per raggiungere la fascia centrale.

Il memoratorium di Capracotta-S. Pietro Avellana riapre i termini della questione sulla originalità dell’uso del termine e certamente mette in discussione la sua più antica attestazione retrodatando di una quarantina di anni l’uso che se ne era fatto agli inizi del Duecento in un verso marchigiano di S. Alessio.

Per il momento a noi fa piacere prendere conoscenza di questa circostanza che restituisce una notevole importanza alla documentazione archivistica che, conservata a Montecassino, proviene dal Molise Alto.

(Arch. Franco Valente)

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