LE VERGINI ARBOREE

La cultura pastorale molisana ha assorbito, o autonomamente espresso, forme di fede popolare che hanno avuto un ruolo importante per la transumanza. Una particolare devozione è stata – ed è ancora, benché quasi del tutto defunzionalizzata – quella riguardante le cosiddette Vergini Arboree, la cui venerazione sarebbe nata in seguito a ritrovamenti o appari¬zioni miracolose che evidenziano rapporti con antichi culti vegetali, lad-dove la Madonna simboleggia, di volta in volta, l’albero cosmico, l’albero della vita, l’albero della fede, l’albero della guarigione, l’albero della prosperità. La più importante Madonna Arborea è certamente l’Incoronata di Foggia, che rappresenta l’albero mariano per eccellenza. Il suo culto è presente in vari paesi abruzzesi, molisani e pugliesi, soprattutto lungo le direttrici tratturali. L’Incoronata, festa-regina della transumanza di ritorno, è gemella di analoghe espressioni religiose, ed è pure “la madre” d’altri simili culti mariani presenti in Molise, diversamente denominati secondo i luoghi (Maiella, Vallebruna, Difesa, Vallisbona, Canneto, e altri ancora) e che erano funzionali alla transumanza di andata. Si tratta di forme di religiosità che, com’è consueto nella tradizione popolare, mostrano aspetti introdotti dal Cristianesimo in sovrapposizione a preesistenti elementi pagani che si evidenziano in caratteristiche e simbologie che permettono di rintracciare le reminiscenze d’un arcaico modo di sacralizzare la natura e l’universo silvo-pastorale.

Nel Molise, una particolare Vergine Arborea è la Madonna di Loreto che si venera a Capracotta.  La festa in suo onore si tiene ogni tre anni, nei giorni sette, otto e nove settembre, a cavallo della ricorrenza della Natività della Beata Vergine Maria. Il primo giorno, una processione conduce la statua della Madonna dalla sua piccola dimora fino alla chiesa dell’Assunta, dove resta fino al nove settembre, quando, con una seconda processione  un tempo caratterizzata da una sfilata di muli oggi sostituiti da cavalli viene riportata alla chiesetta di provenienza, posta extra moenia, a meno di un chilometro dall’abitato.
Luigi Campanelli, nel 1931, attestò come la chiesetta loretana di Capracotta sia stata il luogo di raduno dei pastori transumanti:
”Vuolsi che fosse stata eretta per più intensa devozione dei nostri maggiori verso quella Madonna protettrice dei viaggi, perché in quei dintorni eran soliti di radunarsi con gli armenti per condurli a svernare ai bassi piani nei principii dell’autunno, ed ivi, dopo qualche giorno di permanenza, si accomiatavano dalle donne, le quali recavan loro fardelli del vestiario e delle prime provviste alimentari da porre sulle bestie da soma, e che, dopo gli ultimi addii, raccomandavano nella preghiera l’incolumità dei cari partenti. Nello stesso luogo questi sostavano al ritorno sul finire della primavera per rientrare contenti nei modesti abituri, e da tutti si rendevan grazie alla Vergine”.
Anche Oreste Conti segnalò la consuetudine per i pastori di partire, in autunno, da quel sacro luogo: «L’ottobre s’avanza. [...] Tutte le mattine ci s’imbatte in gruppi di partenti, seguiti da donne accorate, e [...] vanno sino al santuario della Madonna di Loreto e ivi si distaccano»
Oltre al rapporto con la religiosità della transumanza, la festa mariana di Capracotta è interessante giacché, secondo Lina Pietravalle che la definì festa del legno, rappresenterebbe un esempio di fitoculto. La statua della «Madonna di Loreto [...] – scrisse Pietravalle –, con la sua aria di idolo immobile [...], appare difforme, tozza e disanimata perché custodisce e cela un simbolo. Il suo corpo è un tronco d’albero. Essa apparve ai mistici delle leggende col volto divino che raggiava su un legno della foresta». La stessa scrittrice notò come «nelle sue membra arboree i montanari venerassero la prima preclara sorgente dei loro beni: il legno della foresta». E ancora: «Ogni tre anni, a sera, la vergine arborea viene presa e portata [...] alla Chiesa Madre [...], e ricorda le sue origini [...], le linfe della sua consacrata carne vegetale». Quella statua avrebbe un «cuore di fibra arborea [...] col suo corpo transustanziato nella specie del legno sacro». «Alla sera del terzo giorno della festa la Madonna viene ripresa ed esce dalla Chiesa Madre [...]. La moltitudine occhiuta ed angosciosa dei muli, disposti in fitto semicerchio intorno alla Chiesa, attende la Madonna. [...] Ed ora essa va e si ferma dinanzi a tutte le case che espongono un piccolo tavolo decorato ed illuminato, dov’è pronto l’obolo, il voto, il segno della grazia ricevuta. La sua tunica azzurra diventa un umile ed espressivo bazar di orecchini, collane e pendagli d’oro [...]. E dietro, dopo il clero e le cantatrici, si svolge la processione dei muli. Ognuno rappresenta una casa, una stirpe ed ha la sua veste parata».

La prima parte della descrizione di Lina Pietravalle ci fa partecipi della particolarità della festa capracottese. Secondo una radicata tradizione, difatti, la statua della Vergine (sul cui basamento è indicato l’anno 1634) avrebbe fattezze inconsuete, il suo scheletro interno sarebbe costituito da un tronco di pero selvatico che, sebbene sbozzato, mostrerebbe la sua originaria forma arborea.
 Tale circostanza è stata attestata anche da altre fonti. In un volume del 1928, la viaggiatrice italo-inglese Estella Canziani scrisse: «Il corpo è fatto con la parte superiore di un albero tagliato nella foresta, e il piedistallo con la parte inferiore del tronco. Questo perché la Madonna era apparsa su quest’albero nel bosco».

La leggenda

Una leggenda locale lo conferma. Si narra che un giorno, in un avvallamento che si estende fuori di Capracotta e di fronte al quale si ergeva una piccola e rozza cappella, la Madonna si manifestò ad un carbonaio intento a tagliare un pero selvatico. Al primo colpo di scure, l’uomo sentì una voce: “Perché vuoi tagliarmi?”. Il carbonaio si guardò intorno ma non vide nessuno. Quindi, colpì ancora la pianta con l’ascia. “Che fai? Così mi ferisci”. La voce proveniva inequivocabilmente dall’albero. Incredulo e impaurito, il carbonaio buttò la scure e scappò via. Ma fatti alcuni metri si fermò, attratto da una luce alle sue spalle. Si voltò e vide tra i rami del pero l’abbagliante figura della Madonna che, dopo pochi istanti, svanì. L’uomo, allora, corse in paese e raccontò l’accaduto. La mattina seguente, molta gente incuriosita si recò nel luogo dell’apparizione. Alcune donne s’inginocchiarono davanti all’albero, pregando e invocando la Madonna. La cosa si ripeté per circa un mese, finché un bel giorno esse non trovarono più la pianta. Nella vicina cappella rurale, però, era apparsa magicamente una scultura lignea che raffigurava la Madonna di Loreto. E si vuole che il simulacro non sia altro che il tronco del pero”.
La statua di Capracotta testimonia un’antica idolatria pastorale. La sua ‘anima’ è un totem.


(Dr.  Mauro Gioielli)

 

 

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