LA TORRE DELL'OROLOGIO

Dopo le distruzioni della seconda Guerra Mondiale iniziò in tutta la Penisola un lungo periodo di ricostruzione che interessò anche la nostra località, e si sviluppò attraverso vari lotti finanziati di volta in volta dallo Stato sulla base delle richieste avanzate dalle amministrazioni locali.

La ricostruzione di Capracotta seguì anch’essa questo percorso che si sviluppò in un arco di oltre vent’anni ed interessò anche l’abbattimento della Torre dell’Orologio, prevista nell’attuazione del terzo lotto del piano di ricostruzione.
Alcuni documenti, che oggi si possono definire storici, evidenziano la volontà da parte dell’Amministrazione locale di quel tempo di demolire la Torre, di proprietà comunale, al fine di realizzare una importante arteria cittadina. Nel Consiglio Comunale del 22 maggio 1963 fu dato infatti incarico alla società “Edilcostruzioni” di Roma di procedere alla demolizione della Torre prima della esecuzione di qualsiasi altro lavoro.
La Edilcostruzioni, pur prendendo atto delle direttive comunali, rappresentò l’impossibilità di procedere ad eseguire i lavori perché il manufatto da demolire costituiva corpo unico con un fabbricato peraltro abitato. I proprietari di quest’ultimo si opposero strenuamente a quell’atto, rifiutando di abbandonare la loro proprietà.
A questo punto la Edilcostruzioni non volle prendersi alcuna responsabilità di mettere a repentaglio l’incolumità di coloro che occupavano il fabbricato attiguo la Torre, dichiarandosi disponibile a dare inizio ai lavori di demolizione quando fosse stata data diversa sistemazione alla famiglia che lì dimorava. Fecero seguito diverse sollecitazioni ai proprietari del fabbricato affinché lo abbandonassero, invocando anche i decreti espropriativi già notificati agli inizi di Maggio del 1963. Nel luglio dello stesso anno fu invocato l’intervento del Ministero dei Lavori Pubblici affinché si adoperasse per ottenere lo sgombero dell’immobile. Ma il Ministero, nell’agosto del 1963, a seguito di sopralluogo, ravvisò l’opportunità di rinviare la demolizione della Torre. La decisione ministeriale destò perplessità e l’Amministrazione comunale, nel ribadire la validità del Piano di Ricostruzione regolarmente approvato, riaffermò la priorità dei lavori da eseguirsi invitando la Edilcostruzioni ad iniziare la demolizione della Torre con la massima urgenza pena l’attribuzione dei danni arrecati per il ritardo sia dei lavori di abbattimento, che delle altre opere previste nel progetto esecutivo del terzo lotto del Piano di Ricostruzione. Nel settembre del 1963 l’Amministrazione comunale ottenne anche l’assenso della Soprintendenza ai Monumenti degli Abruzzi e del Molise che, pur attribuendo alla Torre uno scarso valore artistico per le trasformazioni subite nel tempo, le conferiva un indubbio valore storico. La Soprintendenza invitò altresì l’Amministrazione civica a predisporre sia la documentazione grafica, sia quella fotografica della Torre prima di abbatterla, affinché se ne conservasse memoria, chiedendo inoltre di trasmetterne copia anche alla Soprintendenza perché ne restasse traccia negli archivi di quest’ultima. Tuttavia si ignora se questo passaggio fu effettivamente compiuto. Intanto ai proprietari giunsero ulteriori “inviti” ad abbandonare l’immobile minacciando, in caso di inadempienza, anche l’intervento della forza pubblica.
Nel giugno del 1964 il Ministero dei Lavori Pubblici dispose la redazione di una perizia di variante per l’impiego delle economie realizzate per la mancata esecuzione delle opere relative alla demolizione della Torre. Trascorse diverso tempo e la Torre era ancora in piedi. Nel gennaio del 1967 ripresero i lavori per demolirla definitivamente. Ma un nuovo, inevitabile stop ai lavori era dietro l’angolo. Ci si trovò infatti di fronte all’impossibilità di proseguire nell’opera demolitoria in quanto la stabilità del fabbricato attiguo avrebbe potuto subire pesanti ripercussioni. Il Comune a quel punto chiese al Genio Civile una perizia suppletiva al fine di prevedere ancora una volta il totale abbattimento del manufatto. Fu evidenziato che durante la fase di abbattimento della Torre era necessario prevedere la realizzazione di un muro divisorio, peraltro non previsto nel progetto originario, per garantire la stabilità dell’altra parte del fabbricato contiguo alla Torre che non doveva essere demolito.  
Nel luglio 1967 il Comune reiterò la necessità di completare l’abbattimento della parte residua della Torre e del retrostante fabbricato per permettere il completamento di una nuova strada che dalla Chiesa Madre avrebbe dovuto condurre alla Piazza principale del paese, Piazza Stanislao Falconi.
Passò un altro anno e nel luglio 1968 si tornò a chiedere al Genio Civile di Isernia di dare priorità alla demolizione
Nell’agosto del 1970 l’obiettivo fu raggiunto, la Torre venne abbattuta. Con meraviglia dell’Amministrazione comunale del tempo, contestualmente all’abbattimento della Torre venne però rifatto integralmente il muro di confine posto tra la Torre stessa e quel fabbricato che, nelle intenzioni dell’Amministrazione civica, si sarebbe dovuto invece abbattere. Gli amministratori dell’epoca presero quindi coscienza che i lavori di rifacimento del muro, così come si sarebbero realizzati, non avrebbero precluso alla successiva demolizione del fabbricato, viceversa si sarebbero eseguiti in modo da esporre l’immobile, per quanto tempo non si sa, alle intemperie di Capracotta.
Il 27 agosto 1970 si prese atto dell’abbattimento totale della Torre.
Il fabbricato, legittimamente difeso dai suoi proprietari, restava lì, dov’è ancora oggi mentre Capracotta perdeva l’unico monumento storico che possedeva, uscito indenne anche dalla furia distruttrice dell’esercito nazista.
Oggi la “Torre dell’Orologio” vive nel ricordo delle generazioni che hanno calcato gli anni in cui la “Torre” era ancora in piedi. Altri, oggi, possono invece ammirarla nell’esemplare in miniatura riprodotto dall’indimenticabile Antonio Sozio, conservato in una teca posta vicino la fontana dove una volta c’era quel monumento di cui qualcuno ebbe almeno cura di conservare il meccanismo che faceva muovere le lancette dell’orologio.
Un congegno meccanico che ora si vuol rendere nuovamente funzionante per essere conservato nel Museo comunale a memoria di quella “torraccia” (così fu definita da qualche amministratore del tempo) abbattuta per motivi che ancora oggi riescono incomprensibili.

 

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