IL PALAZZO BARONALE DI CAPRACOTTA

Il Palazzo Baronale di Capracotta, attuale municipio viene costruito nel XVI secolo come sede del potere baronale sul territorio durante la signoria della famiglia D'Eboli. In pratica era il palazzo baronale.

Non conosciamo la data precisa e il nome del barone. Esso, comunque, è realizzato al di fuori delle mura cittadine in un periodo di grande espansione economica, demografica e urbanistica di Capracotta: in quel secolo la cittadina esce fuori dagli angusti spazi della Terra Vecchia e si espande tutto'intorno.

Il Palazzo, nel corso dei secoli, è stato più volte oggetto di rifacimenti. Nel 1706 fu danneggiato dal terribile terremoto che colpì duramente Sulmona. Nel 1755, don Giacomo Capece Piscicelli succede nel titolo feudale di Duca di Capracotta al padre don Giuseppe. Provvede a ristrutturare per intero l'edificio. Il Palazzo vive il suo splendore, però, durante gli ultimi anni di vita della nuora del Duca Giacomo, Mariangela Rosa De Riso. Siamo agli inizi del 1800, durante il cosiddetto Decennio Francese (1804- 1814).

La Duchessa arreda le stanze con mobili dorati, accoglie gli intellettuali locali e vi organizza degli spettacoli comici per il sollazzo della popolazione. Con la fine del feudalesimo, il Palazzo viene venduto e da simbolo del potere feudale si trasforma nella sede del potere amministrativo della comunità cittadina.

Nel libro di Campanelli "Il territorio di Capracotta" del 1931, l'autore avanza l'ipotesi che il Palazzo Baronale possa essere stato costruito nel 1568 dal barone dell'epoca Gianvincenzo d'Ebulo al momento della sua successione al padre nel titolo feudale. In realtà, Campanelli traduce alla lettera la formula Castrum Capraecottae come castello (forte, rocca) di Capracotta, quindi il palazzo del barone, dimenticando (o non sapendo oppure sorvolando) che questa formula stava a indicare una cittadina dotata di mura, come sicuramente era Capracotta per quell'epoca.

Infine, sempre nella medesima opera e nella medesima pagina ancora Campanelli ricorda che nel 1667 c'è un accenno nel Libro delle Memorie al fatto che i cittadini si raccoglievano al pian terreno del palazzo in "pubblico parlamento" per discutere su importanti questioni.

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                                                                                                                                                 MUNICIPIO

Siamo in Piazza Stanislao Falconi che, in antico, era Piazza Mercato: denominazione rimasta fino agli anni 70. Qui sostavano i commercianti forestieri che esponevano il loro prodotti sia nelle fiere che nei giorni feriali. In questa Piazza c’è la sede del palazzo del Comune in quello che fu il Palazzo baronale dei feudatari di Capracotta. La sua costruzione risale sicuramente al secolo XVI ad opera della Signoria dei D’Ebulo e, da quanto si legge dall’opera di Luigi Campanelli “Il Territorio di Capracotta” (1931), è avanzata l’ipotesi che il Palazzo Baronale possa essere stato costruito nel 1568 dal barone dell’epoca Gianvincenzo d’Ebulo, succeduto al padre nel titolo feudale. In quel periodo di grande espansione economica, demografica e urbanistica l’abitato di Capracotta uscì fuori dagli augusti spazi della “Terra Vecchia”. L’accesso al vecchio abitato della “Terra Vecchia” era delimitato da due torri, una ancora esistente, l’altra dopo una lunghissima controversia conclusasi nel 1970 fu abbattuta: era sicuramente uno dei più antichi monumenti storici di Capracotta. La Torre dell’Orologio, prima dell’elettrificazione pubblica con energia elettrica del 1901, era anche adibita ad una particolarissima funzione: gli abitanti che circolavano di notte per le strade di Capracotta senza il lume o un tizzone acceso, venivano rinchiusi nella torre fino al mattino.

La Casa comunale in passato non era in questo edificio ma era al centro della Terra Vecchia in Via Carfagna; successivamente, come risulta da una mappa del 1888 di Capracotta che il dottor Giannino Paglione ha nel suo archivio, era nel Palazzo qui di fronte. II palazzo ducale fu la residenza dei locali feudatari, il cui ultimo rappresentante fu il duca Carlo Capece Piscicelli. Sua moglie, Mariangela de Riso, fu l’unica a risiedere a Capracotta avendola eletta a sua residenza, seppure per temporanei periodi di villeggiatura. L’abbellì assecondando il suo gusto personale; la duchessa arredò il palazzo con mobili dorati e trasformò l’antico fondaco in un teatrino, nel quale invitava comici che, a beneficio di tutti i cittadini, organizzavano giochi e spettacoli. Alla morte del marito, avvenuta tra il 1795 e il 1797, incaricò il dottor Diego di Ciò, di tutelare i suoi interessi patrimoniali in loco, e per compensare la sua oculata e fedele gestione, gli donò una parte del palazzo (attuale sede della Sci Club) ed una casa di campagna sita nell’ex feudo di Macchia, nota col nome di Masseria del Duca.

Eppure, nonostante il via vai quotidiano di coloro che attraversano il portone principale per raggiungere gli uffici amministrativi, sono pochi che osservano un particolare interessante. Gli antichi palazzi nobiliari venivano decorati, nella chiave di volta del portone d’ingresso, con lo stemma del proprietario, per cui nessuna meraviglia nel constatare che anche sull’ingresso del Municipio, già palazzo ducale, fa bella mostra di sé uno stemma araldico. Se osserviamo però attentamente lo stemma, notiamo che è composto da figure completamente estranee al blasone della casa ducale. Vi sono rappresentati una torre, un falco, un cuore trafitto e due stelle; l’esatta descrizione araldica è la seguente: d’azzurro alla torre al naturale, merlata alla guelfa, terrazzata di verde, accompagnata in capo da un falco di nero ad ali spiegate tenente un cuore di rosso trafitto da una freccia d’argento, sopra il tutto due stelle d’oro ad otto punte.

Ben diversa, quindi da quella dei Capece Piscicelli che è: di rosso alla banda d’oro caricata dal girello d’azzurro e accompagnata in capo da un rastrello a tre pendenti d’oro. Il mistero è presto risolto; Stanislao Falconi, a cui è dedicata la piazza su cui insiste il Municipio, era infatti uno dei rappresentanti dell’illustre famiglia capracottese.

Avvocato Generale presso la Corte di Cassazione nel 1848, elevato al rango di Pari del Regno con regio decreto del 26 giugno 1848, era fratello dell’altrettanto famoso, mons. Giandomenico e zio del Senatore Nicola. Egli acquistò nel 1854 il palazzo direttamente dai Capece Piscicelli e, di conseguenza, per lasciare scolpita nella memoria collettiva questo storico passaggio, fece incidere sul portone d’ingresso, lo stemma della sua famiglia.

L’edificio, come ricorda il Libro delle Memorie di Capracotta, fu poi ereditato dal figlio di Stanislao, Federico, e questi, che non ebbe discendenti diretti, istituì eredi delle sue sostanze i Greco. Furono proprio quest’ultimi, in tempi più vicini a noi, a cedere il palazzo al Comune di Capracotta che ne fece la sede dell’attuale Municipio. Il Palazzo nel corso dei secoli è stato più volte oggetto di rifacimenti. Risulta inoltre che 1706 fu danneggiato dal terremoto che colpì Sulmona.

Dal “Libro delle Memorie” (custodito negli archivi comunali) sappiamo che i cittadini si raccoglievano al pian terreno del Palazzo “in pubblico parlamento” per discutere su importanti questioni; questi locali potrebbero essere proprio quelli che attualmente ospitano un museo contenente gli attrezzi e gli strumenti della vita quotidiana di un popolo di montagna, raccontando le vicissitudini di intere generazioni che hanno vissuto nel nostro paese.

Prof. Domenico Di Nucci (da www.amicidicapracotta.com)

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